Introduzione
Negli ultimi anni la digitalizzazione dell’economia ha trasformato profondamente non solo i mercati e le modalità di scambio, ma anche le forme della criminalità economico-finanziaria. Fenomeni come cybercrime, riciclaggio di denaro e finanziamento del terrorismo non rappresentano realtà nuove in senso assoluto; ciò che è cambiato, tuttavia, è il modo in cui essi si manifestano, si intrecciano e sfruttano le opportunità offerte dall’innovazione tecnologica, dalla rapidità dei flussi finanziari e dalla crescente interconnessione tra sistemi economici.
In questo scenario, analizzare i singoli reati come fenomeni separati rischia di offrire una lettura parziale della minaccia. Oggi, infatti, molte condotte criminali si sviluppano secondo una logica concatenata: un reato può costituire il presupposto economico, operativo o funzionale per la realizzazione di un altro. Il cybercrime, ad esempio, può generare proventi illeciti; tali fondi possono essere successivamente oggetto di operazioni di riciclaggio; e, in alcuni casi, le risorse così movimentate possono alimentare ulteriori attività criminali, comprese forme di finanziamento illecito o il sostegno a reti estremiste.
Per questo motivo, la criminalità economico-finanziaria contemporanea richiede un approccio di analisi più ampio, capace di leggere non soltanto i singoli fenomeni, ma soprattutto le loro interconnessioni. In altre parole, non basta più osservare il reato in sé: occorre comprenderne la posizione all’interno di una più ampia filiera criminale, in cui diversi fenomeni possono rappresentare fasi successive di uno stesso processo illecito.
Il presente contributo propone quindi una lettura integrata di questi fenomeni, analizzandoli non come eventi isolati ma come segmenti potenzialmente interconnessi di una stessa dinamica criminale.
La mutazione dei fenomeni criminali nell’era digitale
La trasformazione digitale ha inciso profondamente sulle modalità operative delle organizzazioni criminali. La tecnologia, di per sé, non crea il crimine, ma amplia le occasioni di anonimato, velocizza i trasferimenti, moltiplica i canali di pagamento e rende più complessa l’attività di tracciamento da parte delle autorità. Questo vale in particolare per i reati economico-finanziari, che trovano nella dimensione digitale un ambiente favorevole alla dissimulazione, alla frammentazione delle operazioni e alla movimentazione transnazionale dei fondi.
Il cybercrime costituisce una delle espressioni più evidenti di questa evoluzione. Attacchi di phishing, ransomware, frodi online, furti di identità digitale e compromissioni di sistemi informatici consentono ai gruppi criminali di ottenere profitti in tempi rapidi e con una capacità di diffusione che supera i confini geografici tradizionali. Il dato più rilevante, però, non è soltanto la crescita quantitativa di questi fenomeni, bensì il loro inserimento all’interno di filiere criminali più complesse.
Una volta ottenuti, i proventi derivanti da attività informatiche illecite non possono essere sempre utilizzati direttamente. Il rischio di tracciamento, di blocco dei flussi o di identificazione dei beneficiari impone spesso una fase ulteriore: quella dell’occultamento dell’origine del denaro. È proprio in questo passaggio che il cybercrime si collega al riciclaggio, mostrando come la criminalità economico-finanziaria contemporanea non si sviluppi per compartimenti stagni, ma attraverso connessioni operative tra reati diversi.
Dalla frode digitale al reimpiego dei fondi: una catena criminale
Uno degli aspetti più rilevanti nell’analisi della criminalità economico-finanziaria è proprio la necessità di superare una visione isolata dei reati. In molti casi, infatti, il reato “visibile” è solo una parte di un percorso più ampio. A monte può esservi un’altra condotta criminale che genera i mezzi finanziari, e a valle un ulteriore utilizzo delle risorse ottenute.
Un esempio particolarmente efficace è quello che collega cybercrime, riciclaggio di denaro e finanziamento del terrorismo. Un gruppo criminale può realizzare una campagna di phishing, sottraendo credenziali bancarie a privati o imprese, oppure può colpire un’organizzazione attraverso un ransomware, bloccando i sistemi informatici e chiedendo un pagamento per il ripristino dei dati. In entrambi i casi, il risultato è la generazione di un profitto illecito.
A questo punto, tuttavia, il denaro ottenuto presenta un problema fondamentale: la sua origine criminale. Per poterlo utilizzare senza esporre immediatamente i responsabili, è spesso necessario inserirlo in circuiti di movimentazione che ne rendano più opaca la provenienza. Le somme possono essere trasferite tra conti diversi, convertite in cripto-attività, disperse in micro-transazioni, fatte transitare attraverso piattaforme digitali o servizi di pagamento online, talvolta anche sfruttando conti di soggetti terzi o identità fittizie. In altri casi, i fondi possono essere inseriti in circuiti come il gioco online o altri sistemi ad alta intensità transazionale, allo scopo di rendere più difficile la ricostruzione della filiera del denaro.
Il riciclaggio, in questa prospettiva, non è un fenomeno separato dal cybercrime, ma spesso ne costituisce la fase successiva all’interno della stessa sequenza criminale. La fase iniziale genera il profitto; la fase successiva cerca di “ripulirlo”; la fase finale può consistere nel reinvestimento nell’economia legale, nel sostegno ad altre attività criminali o, in casi particolari, nel finanziamento di reti estremiste o terroristiche.
Schema sintetico della concatenazione
CYBERCRIME
(phishing, ransomware, frodi online)
↓
Generazione di proventi illeciti
↓
RICICLAGGIO DI DENARO
(trasferimenti, conti intermedi, cripto-attività, piattaforme digitali)
↓
Occultamento dell’origine dei fondi
↓
REIMPIEGO DEI FONDI
(economia legale, reti criminali, attività illecite)
↓
POSSIBILE FINANZIAMENTO DEL TERRORISMO
Questo schema ha un valore essenzialmente analitico: mostra come, nella realtà contemporanea, diversi reati possano rappresentare fasi successive di una medesima sequenza criminale. Per questa ragione, adottare una prospettiva a 360 gradi non è soltanto una scelta teorica, ma una necessità operativa.
Riciclaggio di denaro e finanziamento del terrorismo: vicinanza e differenze
Tra i collegamenti più delicati vi è quello tra riciclaggio di denaro e finanziamento del terrorismo. I due fenomeni sono spesso trattati all’interno del medesimo impianto normativo di prevenzione, poiché condividono strumenti di contrasto, soggetti obbligati, obblighi di segnalazione e logiche di monitoraggio dei flussi finanziari. Tuttavia, pur essendo strettamente connessi, non sono sovrapponibili.
Nel riciclaggio di denaro, il punto di partenza è costituito da fondi di origine illecita. L’obiettivo è occultarne la provenienza criminale e reinserirli nel circuito economico legale, così da renderne più difficile l’identificazione. Nel finanziamento del terrorismo, invece, ciò che rileva non è necessariamente l’origine del denaro, ma la sua destinazione. I fondi possono anche provenire da attività lecite, da raccolte apparentemente regolari o da canali non immediatamente sospetti, ma vengono indirizzati verso finalità illecite.
È proprio questa distinzione tra origine e finalità a rendere particolarmente complesso il contrasto al finanziamento del terrorismo. Se nel riciclaggio il focus investigativo è orientato prevalentemente sulla provenienza delle risorse, nel finanziamento illecito diventa essenziale comprendere la destinazione, i collegamenti, i beneficiari finali e i canali di trasferimento.
Ciò nonostante, nella pratica operativa i due fenomeni possono intersecarsi in modo significativo. Fondi generati da attività criminali e successivamente riciclati possono infatti essere impiegati per sostenere attività terroristiche o per alimentare reti estremiste. In questo senso, pur essendo fenomeni concettualmente distinti, riciclaggio di denaro e finanziamento del terrorismo possono talvolta rappresentare due facce della stessa medaglia, all’interno di dinamiche criminali più ampie e interconnesse.
Il problema della misurazione: ciò che non si vede conta quanto ciò che emerge
Un ulteriore elemento di complessità riguarda la misurazione del fenomeno. Quando si parla di riciclaggio di denaro o di finanziamento del terrorismo, non si dispone quasi mai di un dato certo e definitivo in grado di quantificare con precisione il volume reale delle attività illecite. La natura stessa di questi reati implica opacità, dissimulazione e sommersione statistica. Molte condotte non vengono scoperte; altre emergono solo parzialmente; altre ancora restano visibili solo attraverso indicatori indiretti.
Per questa ragione, l’analisi del rischio si fonda spesso su strumenti proxy (o indicatori indiretti), ovvero su segnali che consentono di stimare la presenza e l’intensità del fenomeno senza pretese di esaustività. Tra questi, un ruolo centrale è svolto dalle Segnalazioni di Operazioni Sospette (SOS), che costituiscono uno dei principali canali attraverso cui il sistema di prevenzione riesce a intercettare comportamenti anomali o potenzialmente illeciti.
Le SOS non rappresentano la misura esatta del riciclaggio o del finanziamento del terrorismo, ma forniscono un indicatore prezioso del livello di attenzione del sistema, delle vulnerabilità emergenti, dei settori più esposti e delle possibili evoluzioni delle modalità operative criminali. In altri termini, esse non fotografano l’intero fenomeno, ma ne segnalano i movimenti, le variazioni, le nuove configurazioni.
Prevenzione, red flag e ruolo dei soggetti coinvolti
In ambito di prevenzione della criminalità economico-finanziaria, il rischio zero non esiste. L’obiettivo realistico non è eliminare completamente la possibilità che un reato venga commesso, ma ridurne la probabilità, intercettarne tempestivamente i segnali e limitare le conseguenze dell’evento quando esso si verifica. È questa la logica propria della prevenzione e della mitigazione del rischio.
Un ulteriore elemento spesso sottovalutato nella prevenzione riguarda il ruolo dell’informazione e della consapevolezza degli utenti. Molte frodi informatiche, come campagne di phishing o truffe online, si basano infatti sulla scarsa conoscenza dei rischi digitali da parte delle vittime. In questo senso, contrastare la disinformazione e promuovere una maggiore cultura della sicurezza informatica rappresenta uno strumento fondamentale di prevenzione: essere informati sui principali schemi di frode e sui segnali di allarme più comuni consente spesso di intercettare il rischio prima ancora che il reato si realizzi.
Nel sistema antiriciclaggio e di contrasto al finanziamento del terrorismo, tale funzione si fonda sulla collaborazione di una pluralità di soggetti. Banche, intermediari finanziari, operatori del settore dei pagamenti, professionisti, soggetti obbligati e autorità competenti svolgono un ruolo centrale nel monitoraggio delle operazioni e nell’individuazione di anomalie. Il presidio non può essere statico, perché statiche non sono neppure le modalità con cui si evolvono i fenomeni criminali.
In questo contesto assumono rilievo le cosiddette red flag, ossia indicatori di anomalia che, pur non costituendo prova di reato, possono segnalare un rischio meritevole di approfondimento. Movimenti incoerenti con il profilo economico del cliente, frequenti trasferimenti verso aree geografiche ad alto rischio, frammentazione artificiosa delle operazioni, uso combinato di diversi strumenti digitali, apertura o utilizzo anomalo di conti multipli, transazioni rapide e prive di una chiara giustificazione economica sono solo alcuni esempi di segnali che possono far emergere la necessità di un’analisi più approfondita.
Un aspetto decisivo è che anche le red flag si trasformano nel tempo. Le geografie del rischio cambiano, i canali si moltiplicano, le tecnologie mutano e con esse mutano i comportamenti. Per questo il monitoring continuo rappresenta una componente essenziale del sistema di prevenzione: non basta individuare una volta per tutte gli indicatori di rischio, ma occorre aggiornarli alla luce dell’evoluzione dei fenomeni criminali.
Conclusioni
La criminalità economico-finanziaria contemporanea impone di abbandonare una lettura frammentata dei reati. Cybercrime, riciclaggio di denaro e finanziamento del terrorismo non possono più essere studiati come compartimenti isolati, perché sempre più spesso si presentano come segmenti di una medesima filiera criminale. Comprendere questa interconnessione significa dotarsi di uno sguardo più ampio, capace di cogliere i nessi tra origine dei fondi, tecniche di occultamento e destinazione finale delle risorse.
In questa prospettiva, prevenzione e mitigazione non coincidono con l’illusione di eliminare completamente il rischio, ma con la capacità di riconoscerlo, monitorarlo e affrontarlo attraverso strumenti adeguati. La collaborazione tra soggetti pubblici e privati, il ruolo degli intermediari, l’aggiornamento continuo delle red flag e l’uso di indicatori indiretti come le Segnalazioni di Operazioni Sospette diventano allora elementi essenziali di un sistema che non può permettersi di essere miope.
Osservare il fenomeno a largo raggio, anticiparne le possibili combinazioni e leggere le connessioni tra reati diversi è oggi una delle sfide più rilevanti per chi si occupa di sicurezza economico-finanziaria. Ed è proprio in questa capacità di leggere il rischio in chiave sistemica che si gioca una parte decisiva dell’efficacia della prevenzione.
Fonti:
Financial Action Task Force (FATF) – International Standards on Combating Money Laundering and the Financing of Terrorism (FATF Recommendations).
FATF Recommendations – Global standards against money laundering and terrorist financing
Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia (UIF) – Banca d’Italia – Rapporto Annuale.
Rapporto Annuale UIF – Segnalazioni di Operazioni Sospette
Commissione Europea – Anti-Money Laundering and Countering the Financing of Terrorism.
https://finance.ec.europa.eu/financial-crime/anti-money-laundering-and-countering-financing-terrorism-international-level_en
International Monetary Fund (IMF) – Anti-Money Laundering and Combating the Financing of Terrorism (AML/CFT).
https://www.imf.org/en/topics/financial-integrity/amlcft
Transcrime – Università Cattolica del Sacro Cuore
https://www.transcrime.it
Silvia Cardaci è laureata in Compliance, Sviluppo Aziendale e Prevenzione del Crimine e attualmente frequenta un master in Analista delle Politiche Internazionali di Difesa e Sicurezza. I suoi interessi di studio si concentrano sui fenomeni di criminalità economico-finanziaria, con particolare attenzione al riciclaggio di denaro, al finanziamento del terrorismo e ai rischi emergenti legati alla digitalizzazione dei sistemi finanziari. La sua prospettiva di analisi integra anche la dimensione comportamentale del crimine, nella consapevolezza che ogni reato è, prima di tutto, espressione di un comportamento umano.












































