1. Introduzione
Ad ottobre 2025 un’imponente operazione della Guardia di Finanza, coordinata dalla Procura Europea (Eppo), ha riportato l’attenzione sul fenomeno delle banche clandestine cinesi, attive nella movimentazione occulta di capitali all’interno ed all’esterno dei confini nazionali. Il meccanismo su cui si basano le cosiddette underground banks (o shadow banks) affonda le sue radici nell’antica pratica del fei ch’ien, letteralmente “denaro volante”, un sistema nato per agevolare i commerci e oggi riadattato alle esigenze della criminalità finanziaria. Le numerose indagini che si sono susseguite negli anni hanno evidenziato l’esistenza di una struttura capace di trasferire centinaia di milioni di euro dall’Italia alla Cina, passando attraverso Sudamerica, Stati Uniti ed Europa orientale. Un modello apparentemente molto semplice, reso possibile da una rete complessa e articolata in grado di consentire al valore del denaro di spostarsi senza movimentare fisicamente il contante.
2. Dalle ricevute imperiali alle reti informali contemporanee
Per comprendere il fenomeno delle shadow banks di matrice sinica è necessario risalire ai tempi della dinastia T’ang (618–907 d.C.), quando la necessità di garantire la raccolta dei tributi e facilitare i commerci impose di ridurre i rischi legati al trasporto fisico del denaro. Le grandi distanze, l’insicurezza endemica di alcune province ed il peso stesso delle monete rendevano difficoltoso il movimento dei capitali.
Il protocollo fei ch’ien rispose a queste esigenze attraverso un’innovazione amministrativa, permettendo al mercante che concludeva i propri affari in un qualsiasi punto dell’impero di versare i tributi presso l’ufficio esattoriale a lui più vicino, il quale gli rilasciava una ricevuta ufficiale. Il mercante, portando con sé questo documento (una sorta di assegno al portatore ante litteram), tornava nella regione di provenienza dove poteva depositare all’ufficio tributario locale la ricevuta, dimostrando di aver assolto ai propri oneri fiscali. Il concetto era semplice e fu infatti ripreso dai sistemi bancari moderni, in cui il valore del denaro viaggia tra le filiali mentre il contante resta fermo, grazie alla credibilità dell’istituzione e alla registrazione dei debiti e crediti tra gli uffici. Si trattava dunque di un meccanismo basato sulla fiducia istituzionale, sorprendentemente vicino ai princìpi che regolano i trasferimenti elettronici moderni.
Con l’avvento dell’epoca moderna e l’espansione delle comunità cinesi all’estero, il sistema del denaro volante si innovò, trasformandosi in una rete informale di rimessa che operava sulla base delle relazioni personali, il guanxi (letteralmente “connessione di persone”). Il guanxi, inteso come un network fondato sullo scambio reciproco di favori, è il presupposto che rende possibile il funzionamento di questi circuiti. La sua forza risiede nella riservatezza e nell’affidabilità dei partecipanti, vincolati da norme di comportamento molto rigide: chi infrange queste regole perde immediatamente l’accesso alla rete e viene escluso anche dal contesto sociale che la sostiene.
Arrivando ai giorni nostri, ritroviamo un meccanismo tutt’altro che in crisi, anzi, le inchieste condotte in vari paesi – Cina compresa – mostrano come il sistema sia in continua espansione. Oggi la tecnica utilizzata ha integrato le possibilità delle nuove tecnologie grazie alle quali le ricevute sono state sostituite da messaggi criptati e codici, i registri tributari da piattaforme digitali, gli uffici esattoriali da scantinati o retrobottega; nonostante ciò, la logica rimane invariata: il denaro “vola” senza muoversi.
2.1. Il modello applicato al riciclaggio contemporaneo
Nel panorama attuale il fei ch’ien si pone alla base del funzionamento operativo delle cosiddette Underground Chinese banks, reti che operano al di fuori dei sistemi finanziari ufficiali e permettono movimenti immediati, discreti e difficili da intercettare.
Lo schema tipico, oramai appurato in diverse parti del mondo, prevede che un soggetto interessato ad usufruire dei servizi della “banca” si presenti presso una filiale clandestina e consegni una somma di denaro in contanti al broker locale, il quale registra l’operazione e fornisce un codice che funge da ricevuta. A quel punto il cliente della banca condivide il codice-ricevuta con la persona incaricata del ritiro del denaro in un altro Paese, il quale si reca presso la filiale clandestina locale e, dopo aver mostrato il codice, può prelevare il valore in valuta locale e al netto della commissione per il servizio.
Il meccanismo è particolarmente appetibile per chi vuole eludere i controlli fiscali, nascondere capitali o riciclare fondi provenienti da attività illecite. Negli Stati Uniti, è emerso come questa tecnica sia utilizzata per il pagamento delle partite di droga provenienti dal Sudamerica.
Il meccanismo è lineare: i cartelli inviano la droga ai narcotrafficanti negli Stati Uniti i quali, dopo aver rivenduto la merce, consegnano i dollari ai broker cinesi. Tramite la condivisione del codice dai criminali statunitensi a quelli messicani, i cartelli sono in grado di ritirare la somma equivalente in pesos locali. Le commissioni secondo gli inquirenti sono basse e si attestano tra il due e il tre per cento, la metà dei circuiti classici di riciclaggio, più lenti e rischiosi.
A questo punto, la filiale che ha incassato i dollari negli Stati Uniti si trova a disporre di un’enorme liquidità, che a primo acchito potrebbe essere un problema. In realtà questa disponibilità rappresenta una risorsa preziosa e diventa l’oggetto di un secondo ciclo di compravendita, che ha come oggetto la valuta americana. L’acquisto di dollari è ancora oggi un’operazione utile a mettere al sicuro i propri risparmi e investimenti dalle fluttuazioni delle valute deboli. Pertanto, le shadow banks si trovano a vendere dollari a facoltosi cittadini cinesi interessati a investire negli USA, eludendo il limite di 50 mila dollari imposto da Pechino ai trasferimenti esteri; oppure le banconote sono rivendute a soggetti che hanno necessità di trasferire fondi neri, derivanti da traffici criminali e corruzione. Il risultato è un circuito che si autoalimenta in cui contante, crediti virtuali e conti bancari ufficiali si intrecciano in un flusso continuo difficilmente intercettabile.

2.2. L’evoluzione del fenomeno in Italia
Le Underground banks hanno una storia pluridecennale anche nel nostro Paese. Le prime inchieste risalgono al periodo 2008-2010 e hanno documentato l’uso delle banche clandestine e dei money transfer per trasferire fondi neri da parte di imprenditori cinesi.
Nel tempo la rete si è ampliata e diversificata. Oggi la platea è molto più ampia e comprende, tra gli altri, criminali nostrani coinvolti nel narcotraffico, imprenditori intenzionati a eludere il fisco, oligarchi russi che necessitano di aggirare sanzioni, operatori del settore edilizio coinvolti nelle frodi legate al superbonus edilizio.
Tra le numerose indagini svolte dalle forze dell’ordine, l’operazione “Via della Seta” del 2021 ricopre un ruolo decisivo, essendo riuscita a ricostruire un sistema internazionale di fatture fittizie, società estere e pagamenti verso la Cina. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il denaro di imprenditori italiani intenzionati a eludere il fisco veniva trasferito su conti est-europei a fronte di false fatturazioni, per poi essere versato, con lo stesso metodo, su conti correnti cinesi. Una volta registrato il pagamento in Cina, veniva inviato il nulla osta alla filiale ombra in Italia presso la quale l’imprenditore italiano poteva ritirare la cifra fittiziamente pagata, al netto della commissione della banca clandestina, eludendo così gli oneri fiscali, ambientali ed il versamento dell’IVA. È stato così appurato dunque, ancora una volta, come questi circuiti siano in grado simultaneamente di riciclare denaro e reinvestire il contante in eccesso, generando ulteriori profitti.
2.3. Impatti sui mercati internazionali

L’espansione delle banche clandestine cinesi è un fenomeno che genera effetti che vanno oltre la sfera del crimine finanziario. Costituisce, infatti, un fattore di instabilità per l’economia globale, in quanto crea canali finanziari paralleli che sfuggono alla regolamentazione statale e
sovranazionale. Si tratta di flussi che non transitano attraverso intermediari autorizzati e che rendono più difficoltosa l’applicazione delle norme antiriciclaggio e il tracciamento delle operazioni sospette.
Inoltre, la mancanza di trasparenza incide sulla concorrenza. Le imprese che utilizzano questi circuiti possono eludere imposte, manipolare i prezzi, simulare operazioni commerciali o aggirare norme fiscali e doganali, ottenendo vantaggi indebiti rispetto a chi opera legalmente.
Allo stesso tempo, le reti clandestine offrono servizi specializzati a gruppi criminali e cartelli internazionali, i quali possono così esternalizzare le operazioni di riciclaggio a intermediari esperti, riducendo il rischio che gli inquirenti riescano a ricostruire l’intera operazione criminosa.
Il fenomeno, infine, ha ricadute sul commercio internazionale, in quanto le stesse reti sono utilizzate per alterare il valore delle merci, mascherare pagamenti o costruire transazioni fittizie. Ciò compromette la fiducia nei mercati e limita la capacità degli Stati di proteggere i propri sistemi fiscali, con un’erosione progressiva della sovranità economica.
3. Proposte operative per arginare il fenomeno
Negli Stati Uniti il fenomeno è osservato da tempo ed è considerato un rischio strategico oltre che economico. In un’audizione parlamentare, Channing Mavrellis, del Global Financial Integrity, ha cercato di delineare un approccio di contrasto più strutturato, evidenziando diverse aree di intervento.
- Un primo elemento riguarda la necessità di studiare con maggiore precisione la composizione delle reti coinvolte, che comprendono broker, società di comodo, intermediari finanziari e operatori commerciali. Comprenderne il funzionamento interno è essenziale per individuare i punti su cui intervenire. Mavrellis ha poi richiamato l’importanza di sanzioni mirate non solo contro individui o entità direttamente coinvolti, ma anche contro i Paesi che non collaborano con le indagini o non condividono dati finanziari in modo adeguato.
- Un altro fronte riguarda il legame tra queste reti e il narcotraffico, mantenendo centrale il tema della lotta alla corruzione, considerato un elemento propulsore delle reti di riciclaggio internazionale. Per farlo, serve una cooperazione internazionale più efficace e strumenti investigativi più robusti e strutturati, rafforzando gli accordi di assistenza giudiziaria e favorendo lo scambio di personale tra le diverse unità di intelligence.
- Infine, Mavrellis ha sottolineato la necessità di aumentare le risorse degli organi responsabili del contrasto ai crimini finanziari, che si trovano spesso a operare con strumenti limitati rispetto alla rapidità dei flussi illeciti. I temi evidenziati da Mavrellis, reinterpretati in chiave italiana ed europea, possono costituire la base per una riflessione giuridica e culturale capace di rafforzare la capacità del nostro Paese di contrastare in modo più efficace il fenomeno.
4. Conclusioni
Le underground Chinese banks rappresentano un caso emblematico di trasformazione di un antico meccanismo amministrativo in uno strumento centrale del riciclaggio globale. Il principio originario del fei ch’ien è rimasto intatto, mentre sono cambiati i contesti e gli attori che vi fanno ricorso.
Per contrastare in modo efficace il fenomeno non è sufficiente un approccio repressivo, postumo e incapace di cogliere tempestivamente l’evoluzione del meccanismo. È necessario comprenderne la logica culturale e operativa, il ruolo delle relazioni fiduciarie e le ragioni che ne garantiscono la resilienza. A partire da questa riflessione sarà possibile elaborare politiche, pianificare operazioni e formare personale capace di ridurre l’impatto di un fenomeno che, pur avendo radici antiche, continua a influenzare in modo significativo l’economia globale contemporanea.
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Sebastiano Teani, laureato prima in Filosofia e poi in Diritto e Tecnologia, da anni studia il mondo della criminalità internazionale e del riciclaggio, con un occhio di riguardo all’applicazione delle nuove tecnologie. Il suo testo Bitcoin, mafie e cybericiclaggio è stato premiato dall’Associazione Antimafia Cortocircuito di Reggio Emilia e dalla Regione Emilia-Romagna. All’interesse verso questi temi affianca l’attenzione per la geopolitica e l’analisi degli scenari di conflitto contemporanei, sempre affiancate da esperienze sul campo in situazioni di tensione internazionale, tra cui Ucraina e Transnistria. Ha lavorato come reporter in Armenia dopo la fine della guerra del Nagorno Karabakh, inviato per Altreconomia e East Journal.









































