Introduzione e premessa concettuale
Il Venezuela occupa da anni un posto stabile nel dibattito geopolitico internazionale non solo per la sua attualità, ma perché riflette in modo amplificato alcune fratture dell’ordine globale contemporaneo. La crisi che ha investito il Paese — fino al collasso progressivo delle istituzioni e del sistema economico — non può essere interpretata come una semplice deviazione autoritaria o come l’esito contingente di cattive scelte di governo. Essa va letta, piuttosto, come il risultato di una traiettoria storica di lungo periodo: fragilità statuale, dipendenza dalla rendita e funzione del Venezuela come spazio in cui si proiettano conflitti sistemici, prima bipolari e oggi multipolari.
Questo contributo intende quindi spostare l’analisi dalla sola cronaca a una prospettiva storica e strutturale, utile a comprendere il passaggio dall’ordine post-bellico a un sistema internazionale più frammentato, competitivo e instabile. In tale quadro, la parabola che conduce dal chavismo alla crisi del madurismo non è un’eccezione regionale, ma un caso di studio sul deterioramento dello Stato e sulla strumentalizzazione degli attori interni ed esterni.
Questa chiave di lettura viene applicata infine a un caso concreto: la detenzione del cooperante italiano Alberto Trentini, interpretata non come incidente isolato, ma come espressione delle logiche di controllo e sospetto tipiche di un contesto politico radicalmente degradato.
La lunga durata della crisi venezuelana: uno stato debole, tra rendita e dipendenza
Per comprendere la crisi contemporanea del Venezuela è necessario collocarla nella storia di lungo periodo della sua formazione statuale. Fin dall’indipendenza nel XIX secolo, il Paese ha mostrato una fragilità istituzionale ricorrente, segnata dal caudillismo e dalla personalizzazione del potere, con uno Stato spesso inteso più come strumento di distribuzione di risorse che come apparato stabile e regolativo. Questa debolezza ha inciso sulla costruzione delle élite e sulla cultura politica, favorendo cicli di instabilità e delegittimazione.
Nel XX secolo, lo sfruttamento del petrolio ha consolidato tali dinamiche: la rendita energetica ha garantito una stabilità solo apparente, permettendo redistribuzione e consenso senza sviluppare un’economia diversificata né istituzioni robuste. Il Venezuela è così divenuto un tipico “rentier state”, vulnerabile agli shock esterni e incline a pratiche clientelari e corruttive. In assenza di una solida base produttiva e di un patto sociale inclusivo, la crisi attuale emerge quindi come esito di una traiettoria strutturale di dipendenza e fragilità, più che come un evento improvviso.
Il Venezuela nel sistema mondo bipolare: stabilità apparente e congelamento delle contraddizioni
Nel contesto del secondo dopoguerra, il Venezuela si inserì stabilmente nel campo occidentale, beneficiando quindi di un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti, fondato sulla sicurezza energetica e sulla comune appartenenza al blocco anticomunista. Questa collocazione garantì conseguentemente al paese un certo grado di stabilità politica, seppur effimera, e di legittimità internazionale, contribuendo a rafforzare l’immagine di una democrazia relativamente solida nel panorama sudamericano. Tuttavia, tale stabilità era in larga misura superficiale. Il bipolarismo, lungi dal risolvere le contraddizioni interne, ne determinò piuttosto il congelamento dello status quo. Le élite venezuelane, protette dal quadro geopolitico imperante, non furono incentivate a promuovere riforme strutturali né altresì a ridurre la dipendenza dalla rendita petrolifera. La democrazia rappresentativa, pur fortemente funzionante, rimase fragile e incapace di rispondere alle crescenti disuguaglianze sociali. In tal senso, il Venezuela divenne uno specchio deformante del sistema bipolare di cui sopra: un paese periferico che rifletteva le logiche mondiali di stabilizzazione, o tentativi annessi, ma al prezzo di una inesorabile erosione della propria coesione interna.
Il Chavismo: rottura simbolica e continuità strutturale
L’ascesa del chavismo va letta come esito della crisi della democrazia rappresentativa venezuelana maturata tra anni Settanta e Novanta. Il sistema del Pacto de Puntofijo (1958) garantì stabilità formale, ma alimentò autoreferenzialità delle élite e una gestione clientelare della rendita petrolifera. Con il crollo dei prezzi del petrolio, la crisi del debito e le politiche di aggiustamento strutturale, il compromesso sociale si incrinò; gli episodi di rivolte interne, noti come Caracazo (1989) resero evidente la frattura tra società e istituzioni, delegittimando l’ordine politico esistente.
In questo contesto si impose Hugo Chávez, interpretabile come risposta carismatica a una domanda di rappresentanza e rifondazione. Il chavismo combinò nazionalismo, retorica antioligarchica e ricorso plebiscitario alla sovranità popolare, ma non superò le fragilità strutturali del Paese: centralità della rendita, personalizzazione del potere e ruolo delle forze armate come pilastro dell’ordine politico. La rottura simbolica e la mobilitazione delle masse mascherarono temporaneamente tali contraddizioni, mentre centralizzazione e militarizzazione contribuirono a irrigidire il sistema. Sul piano internazionale, la scelta di una posizione antagonista verso l’Occidente e di legami con attori extra-occidentali rafforzò la legittimazione interna, ma aumentò l’esposizione del Venezuela a pressioni esterne e shock economici.
Maduro e l’implosione di un sistema logoro
La successione di Nicolas Maduro nel 2013 segnò il passaggio da un regime “carismatico”, basato quasi unicamente su un leader forte, capace di cavalcare malanimi, a uno invece fondato sulla coercizione e repressione. Privo del capitale simbolico e dello slancio populista del suo predecessore, Maduro si trovò a governare un paese già profondamente indebolito in ogni suo aspetto, alle prese ad esempio con il crollo dei prezzi del petrolio, con sanzioni internazionali stringenti, e con una crescente disgregazione sociale.
Si può definire il madurismo come rappresentante di una forma di continuità sistemica, non virtuosa, e inasprita nelle accezioni coercitive, cieca di fronte a necessità e crisi. Un insegnamento essenziale non è unicamente politico, ma concettuale, individuando la crisi non in una manifestazione improvvisa, spontanea e senza allarmi, bensì come un processo di lento deterioramento e, infine, collasso.
Inserito nello scenario globale delle dittature contemporanee, il Venezuela si colloca accanto a quei regimi post-rivoluzionari o post-populisti che sopravvivono non grazie a un progetto ideologico coerente, ma attraverso la gestione permanente della crisi e delle rendite. Come in altri contesti analoghi, la repressione non è totale, ma mirata, l’ideologia è sostituita conseguentemente dalla narrativa securitaria e il nemico interno ed esterno diventa strumento di governo. In tal senso, il madurismo in prima istanza ha rappresentato non un’anomalia, ma una forma tipica dell’autoritarismo del XXI secolo: fragile, ossessivo, dipendente da equilibri internazionali instabili e strutturalmente incline a utilizzare lacoercizione come linguaggio politico e amministrativo primario.
In tale contesto, la caduta di Maduro, a ponte tra implosione e rovesciamento, appare come esito quasi inevitabile di una traiettoria storica segnata dall’incapacità di riformarsi e di adattarsi a un contesto internazionale in rapido mutamento.
Nel quadro multipolare attuale, il Venezuela è divenuto uno spazio di competizione tra attori regionali e globali, un “laboratorio” di pratiche ibride che combinano diplomazia, intelligence, controllo informativo e repressione. La crisi venezuelana mostra come, in contesti di collasso statuale, la distinzione tra politica interna e dinamiche internazionali tenda a dissolversi.
L’uso selettivo della forza, la sorveglianza dei flussi informativi e la crescente diffidenza verso gli attori esterni -incluse le organizzazioni umanitarie- rientrano in una logica di securitizzazione totale del potere. In tale contesto, OSINT e HUMINT diventano strumenti centrali non solo per gli attori statali, ma anche per comprendere la frammentazione del controllo territoriale e sociale.
Il caso del cooperante italiano Trentini nel suo riflesso sistemico
La vicenda del cooperante italiano Alberto Trentini si inserisce pienamente in questo quadro. Essa non può essere interpretata come un incidente isolato, bensì come espressione di una logica di sospetto e di controllo che caratterizza i regimi in fase di collasso. La presenza di operatori umanitari e cooperanti stranieri viene percepita come potenziale minaccia, come possibile veicolo di interferenze esterne o come risorsa negoziale.
In uno scenario di crescente isolamento internazionale, la detenzione o la pressione su cittadini stranieri può assumere una funzione strumentale, volta a ottenere concessioni politiche o a rafforzare la narrativa di potere e status interno. Per l’Italia e per l’Europa, casi come questo evidenziano la necessità di una valutazione più realistica dei rischi associati alla cooperazione in contesti autoritari e invero profondamente instabili.
Alberto Trentini, giunto a Caracas il 17 ottobre del 2024, era stato fermato a un posto di blocco mentre viaggiava verso Gasdualito per portare aiuti alle comunità locali, venendo poi arrestato e detenuto 423 giorni in un carcere di massima sicurezza presso Caracas. La detenzione affrontò, fino al 12 gennaio 2026, giorno della scarcerazione, varie fasi, dal primo isolamento assoluto durato 181 giorni, senza comunicazioni, fino alle prime linee di contatto e gli sforzi diplomatici conseguenti.
Nello scenario dipinto, di instabilità fino alla deposizione forzata di Maduro, la detenzione ha assunto un ruolo politico, come esplicato in questo paragrafo, e congiuntamente la ha anche la scarcerazione, avvenuta dopo la liberazione di altri individui detenuti durante il governo di Maduro. Può intendersi il ruolo involontario di tali operatori stranieri come- strumentalizzato tra detenzione e scarcerazione- politico e rappresentante al tempo stesso una posizione di divisione e poi, al polo opposto, distensione politica.
Il caso venezuelano offre insegnamenti rilevanti sul piano della gestione del rischio politico e dell’analisi geopolitica comparata. La cooperazione internazionale non può quindi prescindere da una comprensione profonda dei contesti locali, delle dinamiche di potere e delle strategie di sopravvivenza dei regimi in crisi. L’illusione di una neutralità umanitaria, se non accompagnata da adeguati strumenti di analisi e protezione, rischia di esporre operatori e istituzioni a vulnerabilità significative.
Per l’Europa, il Venezuela rappresenta un monito sulla necessità di integrare intelligence, analisi storica e valutazione strategica nelle politiche esterne, superando approcci frammentari e reattivi.
Conclusione
Il Venezuela, lungi dall’essere un’anomalia regionale, si configura come uno specchio delle trasformazioni profonde dell’ordine internazionale. La sua crisi riflette il passaggio dal bipolarismo a un mondo multipolare instabile, in cui gli stati fragili diventano spazi di competizione e di sperimentazione politica. La parabola che conduce a Chavez e Maduro, così come il caso del cooperante Alberto Trentini, mostrano come le dinamiche storiche di lunga durata continuino a esercitare un’influenza decisiva sul presente. Comprendere il Venezuela significa, in ultima analisi, comprendere alcune delle vulnerabilità strutturali del sistema globale contemporaneo.
Fonti:
Si rimanda all’articolo presente nel Magazine di Kriptia in merito alla detenzione arbitraria e al caso Trentini: https://www.kriptia.com/il-caso-trentini-e-la-detenzione-arbitraria-implicazioni-per-la-travel-security-nei-paesi-ad-alto-rischio/
https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/1098501.pdf
https://romatrepress.uniroma3.it/wp-content/uploads/2021/03/06.Venezuela-e-guerra-ibrida-Celano.pdf
https://www.orizzontipolitici.it/i-dittatori-di-oggi-nicolas-maduro/
https://www.limesonline.com/limesplus/storia-del-collasso-del-venezuela-14703931
Massimiliano Spiga, Ph.D., è Intelligence Analyst in Kriptia. Ricopre unitamente il ruolo di Direttore del Comitato Scientifico e Culturale, nonché Coordinatore dell’Osservatorio sulla Criminalità d’Impresa per Kriptia International. I suoi interessi riguardano, nell’ottica culturale e scientifica di Kriptia, l’equilibrio tra analisi storica, riflessioni contemporanee, geopolitiche e strategiche, con ulteriore attenzione all’analisi dell’informazione e della sua gestione in rapporto a dinamiche aziendali di sicurezza. Attualmente si sta occupando parallelamente del rapporto tra imprese e criminalità, e di studi relativi ad analogie concettuali tra ambasciatori in età moderna e la contemporanea figura dei manager.








































