Nel dibattito europeo sull’internazionalizzazione delle imprese, gli Stati Uniti continuano a occupare una posizione ambivalente. Da un lato rappresentano il più grande mercato occidentale, dall’altro vengono spesso percepiti come un ambiente complesso, caratterizzato da rischi geopolitici, incertezza normativa e crescente polarizzazione sociale. Secondo Francesco Serafini, molte di queste preoccupazioni sono sovrastimate ed alcune completamente inesistenti. Questo articolo nasce da un’intervista svolta a Francesco Serafini, nell’ottica di grande attenzione di Kriptia verso il mercato nordamericano, e nell’interesse di ascoltare storie, esperienze dirette, e realtà.
Nato e cresciuto a Roma, Serafini ha costruito la propria carriera negli Stati Uniti dopo aver ottenuto vari anni or sono la residenza permanente americana (green card) attraverso un processo di sponsorizzazione lavorativa permanente per professionisti qualificati (EB-3 skilled worker Permanent Employment sponsorship). Dopo aver conseguito la residenza permanente americana tramite un’importante compagnia di general contractors a Miami, ottenne la cittadinanza statunitense, nello stesso anno in cui ottenne la green card, in seguito al servizio militare federale americano svolto con l’U.S. Army Corps of Engineers per il Governo Federale degli Stati Uniti. Nell’U.S. Army Corps of Engineers operò prima come Combat Engineer e successivamente come Construction Engineer, accumulando circa sei anni di esperienza tra servizio attivo e riservista, dopo il periodo di cosiddetto Active Duty. Terminata la carriera federale nel 2023, lavorò per lo Stato della Florida dal 2021 all’interno di tre diversi Ministeri Statali, il Ministero dell’Agricoltura e dei Servizi ai Consumatori, il Dipartimento di Polizia Penitenziaria statale e infine il Ministero dei Trasporti.
Tale percorso, di grande interesse anche per un osservatore e studioso delle dinamiche sociali ed economiche degli Stati Uniti, gli ha consentito di osservare il funzionamento delle istituzioni federali e statali americane da prospettive differenti, militari e civili. Per Kriptia, il contributo di Francesco Serafini assume particolare interesse perché offre una prospettiva raramente presente nella comunità italiana in merito al dibattito sull’internazionalizzazione, ovverosia quella di un italiano professionista che ha attraversato, in prima persona, diversi livelli del sistema statunitense, abbracciandolo, dall’ambito governativo militare all’ambito governativo pubblico statale, fino al settore privato.
L’intervista, qui resa in chiave discorsiva e contestualizzata, non va quindi letta come una “guida”, ma come testimonianza umana e professionale di un osservatore che privilegia l’esperienza diretta rispetto all’analisi prettamente teorica e priva in molti casi dell’unico feedback che conta, secondo Serafini stesso, quello locale americano. E questa è una delle chiavi interpretative volute da Kriptia con questo valido contributo pratico e solido. In un momento storico in cui molte imprese europee guardano agli Stati Uniti come destinazione strategica per investimenti e crescita, le riflessioni di Serafini contribuiscono ad arricchire il confronto con un approccio molto pragmatico, centrato sul capitale umano, sulla conoscenza del territorio e sulla capacità di comprendere le dinamiche operative che spesso sfuggono alle letture esclusivamente economiche o geopolitiche.
Per Kriptia, pubblicare questa intervista significa quindi offrire ai lettori uno sguardo complementare a quello degli analisti e dei teorici, o dei consulenti tradizionali, inserendo nel dibattito una voce che proviene dall’esperienza professionale maturata sul campo tra Europa e Stati Uniti. La sua visione degli Stati Uniti riflette proprio questa esperienza diretta. Secondo Serafini, il tema dominante per chi vuole investire o espandersi oltreoceano non è la geopolitica. «Non ci sono molti rischi geopolitici di cui avere paura in questo momento ed in generale quando si parla degli Stati Uniti, se guardiamo il mercato Statunitense dall’interno invece che guardarlo dall’esterno», sostiene. Piuttosto, la vera questione riguarda la capacità di costruire modelli di business sufficientemente solidi da resistere alle oscillazioni economiche, ed all’alta competitività e mutabilità a livello di categorie e tipologie consumistiche. Nella sua lettura, le aziende che riescono a produrre internamente negli Stati Uniti e a controllare l’intera filiera risultano relativamente protette sia dagli shock internazionali sia dalle tensioni commerciali. È una visione che privilegia l’operatività rispetto all’analisi macroeconomica, quindi meno attenzione agli scenari globali e maggiore concentrazione sull’organizzazione concreta giornaliera, settimanale e mensile dell’impresa. Questo approccio emerge anche quando si affronta il tema dell’ingresso nel mercato americano. Molte aziende europee, osserva Serafini, commettono l’errore di considerare la novità del prodotto come un vantaggio competitivo sufficiente. A suo giudizio, si tratta di una convinzione poco aderente alla realtà statunitense. «Molte imprese straniere cercano di portare qui la novità a tutti i costi. In America non funziona così», afferma. La sua tesi è che il mercato americano sia meno attratto dall’elemento esotico o innovativo in sé e più interessato alla capacità di un’impresa di dimostrare affidabilità, scala produttiva e sostenibilità economica. Per questa ragione insiste sulla necessità di valutazioni effettuate direttamente sul territorio. Le analisi condotte in Europa in particolare, sostiene, rischiano di essere incomplete. La comprensione del mercato richiede persone presenti sul posto, in grado di interpretare dinamiche economiche, culturali e amministrative che difficilmente emergono attraverso studi teorici o consulenze remote. Anche sul tema della compliance la posizione di Serafini si discosta da molte impostazioni europee. Secondo lui, gli aspetti regolatori tradizionali non rappresentano oggi il principale fattore di rischio per le imprese che operano negli Stati Uniti. La sua attenzione si concentra invece sulle questioni legate all’ambiente di lavoro. Cultura aziendale, standard occupazionali, inclusione e gestione delle relazioni interne vengono considerati elementi molto più rilevanti delle procedure formali spesso al centro del dibattito europeo. «L’area davvero critica della compliance è l’impatto sociale», sostiene, indicando come fattori particolarmente sensibili gli ambienti di lavoro tossici, la scarsa accettazione della diversità e il mancato rispetto di standard adeguati per i lavoratori. È una lettura che riflette alcune trasformazioni avvenute nel mercato del lavoro americano negli ultimi anni, caratterizzato da elevata mobilità professionale e crescente attenzione verso le condizioni organizzative interne alle aziende.
Sul fronte della sicurezza dei viaggi d’affari, Serafini ridimensiona ulteriormente le preoccupazioni diffuse in alcuni ambienti imprenditoriali europei. A suo giudizio, non esistono particolari rischi strutturali nel fare business negli Stati Uniti. Piuttosto, la differenza è determinata dalla qualità delle persone coinvolte. Secondo questa impostazione, il successo di una missione commerciale dipende principalmente dalla capacità dei professionisti di operare efficacemente nel contesto americano. In questo quadro assume particolare importanza anche la gestione delle informazioni raccolte durante le trasferte. Serafini critica la pratica, diffusa in molte organizzazioni, di effettuare debriefing settimane dopo incontri o missioni internazionali. L’intervallo ideale, a suo avviso, non dovrebbe superare le ventiquattro ore. Oltre tale soglia, una parte significativa delle informazioni rischia di andare perduta o di essere filtrata da ricostruzioni successive. Quando il discorso si sposta sulla gestione delle crisi e sulla cooperazione tra settore pubblico e privato, emerge un altro elemento centrale del suo pensiero: il valore del capitale umano transnazionale. Pur riconoscendo l’utilità delle relazioni istituzionali, Serafini invita a non sopravvalutare il ruolo. Le reti di contatto con amministrazioni federali, statali o locali possono certamente facilitare alcuni processi, ma non sostituiscono la capacità operativa dell’organizzazione. In questo contesto attribuisce particolare importanza ai professionisti dotati di una conoscenza diretta degli Stati Uniti. La sua proposta è che una quota significativa del personale impegnato nelle attività internazionali possieda esperienza concreta maturata nel mercato americano. La formula che suggerisce è precisa: almeno un terzo del personale impiegato nelle operazioni estere dovrebbe essere composto da cittadini con doppia nazionalità o da professionisti che abbiano lavorato all’interno di grandi aziende americane o nelle amministrazioni pubbliche statunitensi. L’argomento non viene presentato come una questione identitaria, bensì come un vantaggio competitivo. L’esperienza maturata in contesti amministrativi Statali, Federali, aziendali o federali militari americani consentirebbe infatti di comprendere meglio processi decisionali, aspettative culturali e modalità operative che spesso sfuggono agli osservatori esterni.
Nel complesso, il pensiero di Serafini si distingue per un marcato pragmatismo. Nelle sue valutazioni il successo internazionale dipende meno dalle grandi dinamiche geopolitiche e più dalla qualità delle persone, dalla presenza diretta sul territorio e dalla capacità di adattarsi alle regole informali del mercato. Una prospettiva che nasce da un percorso professionale insolito apparentemente, sviluppatosi tra esercito, amministrazioni pubbliche e settore civile, e che porta a leggere i rapporti economici tra Europa e Stati Uniti attraverso una lente prevalentemente operativa. In un’epoca in cui il dibattito sull’internazionalizzazione è spesso dominato da scenari globali e analisi macroeconomiche, la posizione di Serafini richiama l’attenzione su un elemento più semplice: la conoscenza concreta del contesto in cui si intende operare.



















































