Dialogo tra un CEO e un Travel Risk Manager sul Cambiamento Climatico

Immaginiamo una conversazione tra un CEO, appassionato di efficienza, allergico ai report di più di due pagine e una giovane Travel Risk Manager.

Dialogo tra un CEO e un Travel Risk Manager sul Cambiamento Climatico

Immaginiamo (ma forse non ne serve poi tanta di immaginazione) una conversazione tra un CEO, appassionato di efficienza, allergico ai report di più di due pagine e una giovane Travel Risk Manager.

Chiamiamoli rispettivamente Marco e Sara.

Marco: Sara, ho aperto il tuo report trimestrale e mi è cascato l’occhio su una sezione intera dedicata al cambiamento climatico. Pensavo di aver assunto una Travel Risk Manager, non un’attivista di Greenpeace.

Sara: Marco, capisco la perplessità. Ma le anticipo subito: non le parlerò di scioglimento dei ghiacciai. Le parlerò di voli cancellati, hotel allagati, dipendenti bloccati in aeroporti senza assistenza e clienti che aspettano invano in sala riunioni.

Marco: Il brutto tempo c’è sempre stato. Mio padre faceva il rappresentante negli anni Ottanta, girava l’Italia con la Fiat Croma e non aveva bisogno di un Climate Risk Manager.

Sara: Suo padre non era a Dubai ad aprile 2024 quando in 24 ore sono caduti 254 millimetri di pioggia. Per capirsi: Dubai normalmente ne riceve 97 millimetri in un anno intero. L’aeroporto è rimasto paralizzato per giorni, le strade erano fiumi. Avremmo avuto tre colleghi bloccati lì per quattro giorni.

Marco (raddrizzandosi sulla sedia): Quattro giorni. E quanto mi costa, concretamente?

Sara: Tra hotel di emergenza last-minute, biglietti aerei a tariffa piena per i rientri anticipati, perdita di produttività e gestione operativa della crisi: tra gli 8.000 e i 12.000 euro per persona. Senza contare i meeting saltati con i clienti del Golfo, che ovviamente non si sono ripresentati.

Marco: Quindi stiamo parlando potenzialmente di 36.000 euro per una pioggia.

Sara: Per una pioggia che un sistema di early warning (come KRION di Kriptia, aggiungeremmo noi) ci avrebbe segnalato 72 ore prima. Abbastanza tempo per spostare il viaggio o cambiare i piani operativi.

Marco: Ok, ma Dubai è un caso limite. Mica possiamo bloccarci ogni volta che il meteo è un po’ ballerino.

Sara: Assolutamente no. Il punto non è fermarsi: è decidere con dati, non con sorpresa. E il problema è che questi “casi limite” stanno diventando statisticamente la norma. Il 2023 è stata l’estate più calda in Europa negli ultimi 2.000 anni. Nel 2024 gli incendi in Canada, Portogallo e Grecia hanno chiuso intere regioni per settimane. Avevo tre colleghi programmati per Atene a luglio: zona rossa per qualità dell’aria, voli deviati, strutture ricettive evacuate. L’estate 2026 non è certo da meno, anzi si è aperta con emergenze climatiche mai viste in tutta Europa.

Marco (alzando un sopracciglio): Qualità dell’aria? Anche questo adesso?

Sara: Marco, durante le ondate di calore estremo alcune città raggiungono livelli di AQI, l’Air Quality Index, classificati come “pericolosi”. Per un dipendente con asma, problemi cardiovascolari o che semplicemente ha passato i cinquant’anni, è un rischio sanitario reale. E qui arriviamo al punto che dovrebbe interessarle davvero come CEO.

Marco: Che sarebbe?

Sara: Il D.Lgs. 81/2008. La normativa sulla salute e sicurezza dei lavoratori si applica anche al personale in trasferta. Se un dipendente subisce un danno alla salute durante un viaggio di lavoro e lei non ha effettuato una valutazione del rischio aggiornata, inclusi i fattori climatici e ambientali, la responsabilità può ricadere sull’azienda. Non è fantascienza: ci sono già precedenti nei tribunali europei.

Marco (lunga pausa): Sta dicendo che oltre al danno economico rischio anche quello legale.

Sara: Esatto. Il clima non è più un fattore di sfondo: è diventato una variabile di rischio strutturale, esattamente come l’instabilità geopolitica o le crisi sanitarie. La differenza è che per quelle ultime abbiamo già protocolli. Per il clima no, o quasi.

Marco: E quindi cosa mi propone di fare, concretamente? Perché se la risposta è “non andiamo più da nessuna parte da maggio a settembre” la risposta mia è no.

Sara (ridendo): La risposta è molto più pragmatica.

Tre azioni.

Prima: integrare un Climate Risk Score nelle valutazioni di ogni destinazione, accanto al risk score geopolitico che già usiamo. Stagionalità, tendenze storiche degli eventi estremi, infrastrutture locali.

Seconda: attivare un monitoraggio real-time delle destinazioni con personale attivo, con alerting automatico via OSINT e feed meteorologici qualificati.

Terza: aggiornare i protocolli di emergenza includendo scenari di eventi climatici estremi, non solo crisi politiche o sanitarie.

Marco: Costo di tutto questo?

Sara: Molto meno di quattro giorni di tre manager bloccati a Dubai. E in proporzione alla spesa totale del nostro travel budget annuo, stiamo parlando di una frazione.

Marco (tamburellando le dita sul tavolo): Sa cosa mi colpisce di più in questa conversazione?

Sara: Cosa?

Marco: Che fino a venti minuti fa pensavo che il cambiamento climatico fosse un problema per chi deve decidere se comprare un SUV ibrido o elettrico. Invece mi sta dicendo che è un costo che ho già in bilancio, solo che non lo stavo contabilizzando correttamente.

Sara: Esattamente. Il rischio non è nuovo. Mancava solo l’etichetta giusta per riconoscerlo come voce di costo e gestirlo di conseguenza.

Marco (sorridendo): Va bene Sara, lo inseriamo nel piano. Ma le chiedo una cosa sola in cambio.

Sara: Prego.

Marco: Nel prossimo report, può evitare la parola “ecosistema”? Ogni volta che la leggo mi immagino un documentario di National Geographic e perdo completamente il filo.

Sara (ridendo): Promesso. Userò “framework integrato di gestione del rischio climatico aziendale”.

Marco: Peggio. Molto peggio.